IL RUMORE E LA CITTÀ: LE SORGENTI, I RICETTORI (DIRITTO A LAVORARE E AL QUIETO VIVERE)

ll 1° Marzo 1991, esattamente 10 anni fa, veniva emanato il Decreto del Presidente dei Ministri
riguardante i limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente
esterno, vero e proprio capostipite del sistema legislativo nazionale sul rumore e primo strumento
fornito a tecnici e organi di controllo per verifiche di acustica ambientale.

Da allora molta strada è stata percorsa: molte rilevazioni ispirate dal DPCM sono state effettuate,
molte sentenze emesse e molte sanzioni comminate. Nuove leggi importanti, generali e specifiche,
hanno però portato il “glorioso” DPCM a invecchiare fino a uno stato di quasi obsolescenza. Il
legislatore ha costruito intorno alla Legge 447 del 1995 (Legge Quadro sull’inquinamento acustico)
un sistema basato sull’emanazione di decreti attuativi, leggi regionali, linee guida, che sta col
tempo raggiungendo, almeno per certi settori, uno stadio di notevole completezza applicativa e di
indiscutibile efficacia. L’aspetto celebrativo della ricorrenza del decennale del DPCM 1-3-91 non
deve però essere fuorviante. Molti problemi legati al rumore e all’inquinamento acustico sono
ancora lontani dal trovare una soluzione. Primario fra questi è il problema delle immissioni in
ambienti di vita e di lavoro: si deve stabilire quando e quanto queste si possano ritenere “moleste”, individuando l’entità dei livelli di immissione nel rispetto della definizione di limiti, obblighi e responsabilità fornita dalla legge. Soprattutto in ambienti urbanizzati, ci si trova poi ad affrontare il problema della compatibilità delle prescrizioni di legge con le realtà di contesto, che propongono a volte scenari la cui complessità rende assai difficile definire modelli di propagazione rappresentativi dei fenomeni acustici in gioco e conseguentemente progettare interventi di bonifica. E vi è un’altra compatibilità da considerare: quella tra chi svolge attività rumorose e chi ne subisce le conseguenze; tra i diversi aspetti del diritto a lavorare e del diritto al silenzio. Entrambi i diritti devono essere garantiti: l’imprenditore, l’artigiano, il gestore di locali da ballo o di pubblici esercizi con attività di intrattenimento musicale devono poter svolgere le proprie attività senza produrre inquinamento acustico, senza provocare fastidio o disturbo alle attività umane, senza costituire pericolo per la salute umana, senza produrre deterioramento dell’ambiente esterno (ecosistema) o degli ambienti abitativi, dei beni materiali, dei monumenti; il cittadino deve poter fruire degli ambienti di vita pubblici e privati e di tutti gli spazi civili e sociali del contesto urbano, senza che immissioni fastidiose di rumore interferiscano con la normale condizione ambientale degli stessi.

Autori: Luzzi